La fortuna in una valigia di cartone

Posted by | 24/11/2012 | Articoli | No Comments
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Mamma mia dammi 100 lire

“Cento lire te le do ma in America non andar.

Puoi trovare la fortuna ma l’amore di mamma no.

Le parole di ogni mamma dicon sempre la verità”.

Ecco alcune strofe di una famosissima canzone scritta per ricordare la migrazione verso l’America nel secolo scorso.  Le migrazioni nella storia dell’uomo, hanno sempre trovato posto,  si ripetono e si rinnovano nel tempo e per motivi diversi. Migrante è colui che migra che si sposta verso nuove sedi. Migrante è una persona, un popolo, un gruppo etnico, un animale. Pensiamo agli uccelli migratori che in genere compiono due migrazioni all’anno: una subito dopo lo svezzamento, verso regioni a clima più mite e con quantità e qualità di cibo migliore ed una facendo rotta inversa, verso le regioni dove sono nati che per il periodo della riproduzione, nella stagione più fresca hanno qualità di cibo migliore consentendo un miglior nutrimento ai piccoli. E così che anche l’uomo si sposta per trovare vita migliore. Quando ricerchiamo un cambiamento di vita migliore e pensiamo ad uno spostamento, ci alimentiamo di aspettative positive,  sogniamo una terra diversa. Alimentiamo le nostre aspettative di immagini piacevoli: una nuova casa, nuovi amici, un nuovo amore, un lavoro appagante. Questo ci dà la forza, la motivazione che ci fa spostare. Ci spostiamo per necessità o per piacere, per conoscere nuovi luoghi o per avere riconoscimenti che nel nostro paese non abbiamo trovato.

Dicono i trentenni di oggi:

–          Siamo nati nel boom economico, siamo cresciuti viziati e non abituati a lottare, ci ritroviamo adulti senza sapere come affrontare questa situazione svilente e preoccupata di cui non si conosce la fine. Stiamo pagando e pagheremo per molto altro tempo ancora i danni generati da tante generazioni prima di noi e stiamo cominciando a capire che cosa vuol dire veramente essere italiani.

Come dice mio papà, una soluzione è emigrare. Non pensavo di poter sentire una cosa del genere      uscire dalla sua bocca. E lì forse ho realizzato quanto possa essere e divenuto grave il momento.   Ora capisco perché il mio bisnonno ha lavorato per tanti anni in Canada. Non c’erano alternative.        Oggi, come ieri non ce ne sono quasi più –

Vi incuriosirà sapere che oggi gli italiani sono ancora al primo posto tra i migranti comunitari (1.185.700 di cui 563.000 in Germania, 252.800 in Francia e 216.000 in Belgio) seguiti da portoghesi, spagnoli e greci. Nel 1994 effettuarono la cancellazione anagrafica per l’estero 59.402 italiani con una prevalenza di partenza dall’Italia meridionale e insulare (57 per cento); e la Sicilia è di nuovo la prima regione con 13.615 cancellazioni. L’essere tra i primi come numero di migranti ci eguaglia all’essere primi anche in alcuni settori di successo. L’italian style piace. L’italiano che parte oggi è un italiano diverso, non è più “il braccio forza lavoro” ma la mente creativa, la mente progettuale. Esportiamo tecnici, personale qualificato, ricco di originalità com’è la nostra indole. Le nuove politiche nei paesi di insediamento richiamano l’etnico italiano, che manifestiamo nei modi più svariati. La cultura globale ha oggi favorito la diffusione e l’accettazione di prodotti diversi da quelli territorialmente originali e questo contribuisce a farci conoscere, apprezzare ed accettare meglio “lo straniero”. E come una bilancia alla ricerca di equilibrio, da una parte doniamo cervelli dall’altra accogliamo braccia lavoro. I nostri nuovi contadini sono africani, le nostre domestiche sono romene e le nostre case sono costruite dai loro mariti. Noi popolo di emigranti saremo in grado di accogliere le diversità culturali che il fenomeno migratorio porta con sé?